Il mio impegno nel quartiere

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Progetti realizzati durante il mandato di Assessore alle Politiche Giovanili, dell’Intercultura, della Casa e del Lavoro nel Municipio XI

Pensando al lavoro svolto in questi cinque anni sul piano politico ed istituzionale all’interno del Municipio XI, prendono corpo due “visioni”, due immagini dal valore evocativo e simbolico per me enormemente suggestive, la Ceiba e i richiami che dalle montagne del Sud est messicano, parlano di una politica “dal basso per il basso”.
La Ceiba è l’albero sacro dei Maya, l’albero dalle radici che parlano al cielo, meglio che sono in contatto con il cielo. Lo stare “con i piedi per terra” progettando trasformazioni globali è la “barra” irrinunciabile di chi intende il proprio ruolo istituzionale come occasione per favorire processi di stravolgimento dei rapporti di potere verso obiettivi di giustizia sociale e equità nella redistribuzione delle ricchezza pubblica. Dentro una città in piena ridefinizione delle proprie funzioni strategiche, che ridisegna se stessa intorno a interessi sempre più distanti dai diritti e dai punti di vista degli uomini e delle donne in carne ed ossa, dentro una città in cui le nuove figure sociali emergenti sembrano configuare scenari che Aldo Bononi definirebbe da “guerra civile molecolare”, l’Ente locale deve saper orientare le sue scelte di governo verso obiettivi di contrasto di tale scenario e di costruzione di relazioni sociali altre.

Nella città moderna che dissocia, che attacca i legami comunitari, che vede aumentare non-luoghi e indebolire il grado di identificazione tra individuo e territorio, i suoi abitanti possono riscoprire un altro modo di vivere gli spazi condivisi. Un modo altro che nasce dentro la comprensione che se un’altra città è possibile, questa deve essere ridisegnata a partire da una nuova relazione “affettiva” di ri-conoscimento tra comunità locale e ambiente, deve essere ridisegnata a partire da una progettazione partecipata che metta al centro i ritmi di vita, i bisogni di socialità, la mediazione creativa tra i diversi punti di vista, le istanze dei soggetti contrattualmente più deboli. Qui si allude alla possibilità di uscire dall’anomia individuale e collettiva generata dai ritmi e dai tempi di vita della metropoli, rivendicando una sorta di jus resistentiae, un diritto alle Resistenza che non è mai conservazione, ma riassegnazione di nuovo senso a quei luoghi che la pianificazione urbanistica consegna troppo spesso all’incuria e alla speculazione economica. Come tutti i “movimenti di Resistenza”, anche quello a cui abbiamo dato il nostro contributo assume il valore costituente nuove forme di società. Il nostro governare a partire dalle radici, dalla memoria, dal radicamento, dai punti di vista “più bassi e più invisibili”, non ascoltando la base, ma tentando di continuare ad essere “base”, è stato ed è un percorso di Resistenza alla pianificazione e all’omologazione neo-liberista, che ha saputo tradursi in nuove pratiche e forme dell’operatività istituzionale e sociale. Nel territorio del Municipio Roma XI non è stato configurato soltanto un sistema più capillare e qualificato di servizi alla persona, ma si è trasformato l’impianto teoricooperativo del welfare locale.

L’assessorato che ho presieduto ha promosso interventi tesi a mettere in discussione l’assetto paternalistico dei servizi alla persona, puntando a coniugare protezione sociale e promozione del protagonismo sociale. Si è puntato ad ampliare la mission dei servizi, collocandola nello spazio liminare tra le politiche di welfare, e quelle di cittadinanza attiva, meglio, in uno spazio in cui la relazione tra di esse assume la valenza di processo generatore una nuova forma di Welfare municipale. Il pensiero va alla sperimentazione del rapporto tra gli sportelli del nostro segretariato sociale ed action, o all’assunzione di un progetto (inserito nel piano sociale di zona) di costituzione dell’”Agenzia Diritti Nuova Cittadianza”. Un progetto che ambisce a dire due parole in più sul decentramento che non c’è in tema di politiche abitative (inserendo uno sportello sul diritto alla casa e sulla mediazione sociale in caso di sgomberi o sfratti) e ponendosi l’obiettivo di fornire a chi abita il territorio gli strumenti per comprenderne le linee di trasformazione urbanistica per poter decidere in merito, un servizio che si pone l’obiettivo della presa di parola dei cittadini intorno alle grandi trasformazione e speculazioni che investono il territorio. E ancora, sui temi dei diritti dei migranti, un servizio come Ciat migranti, che non offre solo consulenza sociale, ma “ricorda” ai migranti che ci sono dei diritti e li sostiene nei sentieri della loro esigibilità.

Abbiamo sollecitato lo sviluppo di pratiche e metodologie partecipative nell’ambito di ogni azione ed attività, soprattutto quelle in cui protagonisti sono i bambini, gli adolescenti e i giovani, i migranti, e tutti quei soggetti sociali che il neo-liberismo tenta di destinare all’invisibilità. Abbiamo tentato di promuovere i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sia dislocando sul territorio nuovi servizi socio-assistenziali di base, sia favorendo la creazione di contesti, strutturati o autogestiti, a valenza educativa, in cui dare spazio e risorse alle esigenze di autodeterminazione e di promozione del protagonismo giovanile. Nuovi servizi sono nati per i bambini, gli adolescenti e giovani. Un centro aggregativo a Roma 70, un centro musicale, la ludoteca (presto ne apriremo un’altra nel quartiere di Garbatella), il centro contro la dispersione scolastica, laboratori interculturali, bandi delle idee, e numerose altre attività culturali. Sui temi legati all’intercultura il nostro impegno si è orientato verso il potenziamento delle occasioni concrete di inserimento sociale dei migranti, e sulla definizione di attività e servizi nell’area della mediazione socioculturale. Nel dispiegamento e nella definizione delle politiche interculturali del Municipio, un aspetto strategico è costituito dal coinvolgimento diretto delle comunità e dei suoi portavoce. Spesso ci siamo attivati in campagne internazionali a sostegno delle comunità insorgenti del Sud del mondo, nel boicottaggio delle multinazionali che violano i diritti umani, e in campagne di civiltà, come quella “ultimo inverno a Savini”; iniziativa che ha coinvolto scuole, associazioni, centri sociali, intorno all’obiettivo dello spostamento di Vicolo Savini e la riqualificazione del campo verso il suo superamento, in direzione di soluzioni abitative realmente dignitose per tutti i suoi abitanti. Soluzioni che ancora oggi si configurano “di emergenza”, in una città che non vuole e non sa progettare l’accoglienza e che rischia di assegnare a chi giunge nel nostro paese con una richiesta di aiuto o di ascolto, la strada dell’esclusione.